Frigoriferi e santità

«Farsi santi con ciò che c’è»

E sistono tante vie di santità, alcune costellate di azioni eroiche e miracolose, e altre, la maggior parte, fatte di azioni quotidiane e ordinarie. È su queste che troviamo la “moltitudine immensa” di santi non ricordata sul calendario. Vogliamo qui riflettere sul farsi santi “nella vita quotidiana”, quel metro di trincea che ci è stato affidato e nel quale «ciascuno di noi è chiamato a combattere» (Costanza Miriano). Ma le strade verso la santità sono tante. Se per alcuni si realizzano nel compimento di azioni fuori dell’ordinario, per molti altri passano per il quotidiano camminare, cercando di tenere la direzione che Dio ci indica. Soprattutto, la via è nel «farsi santi con ciò che c’è». Da questa frase, che è il titolo di un libro di don Luigi Maria Epicoco (Tau Editrice, 2020) prendiamo spunto per la nostra riflessione. Un bravo cuoco non è chi sa preparare banchetti prelibati e sofisticati, ma chi sa preparare un buon pasto con quello che c’è nel frigo.

Così, un santo non è chi riesce in opere impossibili, come levitare o avere la scienza infusa, ma chi fa la volontà del Padre nostro che è nei cieli e la compie – come insegnano schiere di santi – con le carte che Dio gli ha dato, con i talenti che gli ha messo a disposizione, nel metro di trincea che gli ha affidato. Ricordiamocelo: quel metro, spesso fangoso o irto di sassi, è stato affidato a ognuno di noi, perché lo custodissimo e lo difendessimo. Ambire ad altre posizioni, magari più eroiche o più allettanti, sarebbe una fuga, un tradimento dell’ordine ricevuto. E questo perché la santità è in realtà “vocazione” alla santità. E a una vocazione si risponde non alle nostre condizioni, ma alle condizioni in cui Dio ci ha fatto trovare.

Come sarebbe bello che il nostro metro di trincea fosse erboso, in una zona con clima mite. Come sarebbe bello farsi santi avendo tanto tempo per pregare e meditare, con tante occasioni per fare del bene, con il riconoscimento e il seguito di tanti, con la capacità di convertire altri. Ma non è così per la maggior parte di noi, per i quali la via della santità passa anche per un coniuge che ti lascia solo, per dei figli che ti fanno impazzire, per dei vicini che ti reputano un pazzo. È in questa via di santità, vera e non sognata, che noi dobbiamo aprire il frigorifero che Dio ci ha dato e cucinare con quello che c’è. Spesso parrà impossibile realizzare un pasto decente con così scarsi e malmessi ingredienti; e potrà arrivare la disperazione e la tentazione di farsi santi in altro modo o, addirittura, di lasciar perdere ogni ricerca della santità. Ma Dio, che scrive dritto su righe storte come siamo noi, ci è vicino e ci dona di continuo tutto quello che serve. Il frigo di Dio, infatti, è sempre pieno di tante cose.

Quasi mai quelle che vorremmo noi, ma di sicuro tutte quelle che servono per preparare un pasto perfetto per il momento e il contesto in cui viviamo. Noi, però, restiamo spesso a guardare il frigo chiuso, non lo apriamo o vi cerchiamo quello che vorremmo noi, non quello che vuole Dio. È per questa via che il male entra in noi, facendoci smettere di guardare a Dio per volgere il nostro sguardo altrove. La parola “conversione” significa appunto “cambio di mentalità”, perché il nostro sguardo torni a fissarsi su Dio.

Solo allora potremo riprendere il nostro cammino nella giusta direzione. Il primo grande passo da fare per diventare santi è non lasciarci impressionare dai grandi discorsi sulla santità quando sono scollegati dalla nostra vita reale. Non dobbiamo restare delusi se, quando apriamo il frigo, dentro non c’è quello che volevamo noi. I santi non sono mai quelli che avevano tutti gli ingredienti giusti, ma quelli che hanno saputo essere creativi con quello che c’era al momento e sul posto. È buono confrontarsi con grandi ideali e imprese eroiche, ma prima è necessario che ci riconciliamo con noi stessi per comprendere che quello che Dio ci ha dato è perfetto per preparare la cena che lui vuole da noi.

E solo guardando a lui, costantemente, capiremo cosa vuole che noi si faccia, nel nostro metro di trincea. È la conseguenza logica del mistero dell’incarnazione: il senso della nostra vita non è altrove, non è al di là, non è alla fine della nostra esperienza umana; il senso della nostra vita è già qui e adesso. Santità significa vivere ogni giorno, nella propria realtà, le tre virtù teologali: fede, speranza e carità, su cui si fonda anche la nostra visione di “comunità”, il luogo dove – qui e ora – passa la nostra via alla santità.

Luca Lezzerini, www.lucesveritatis.it

Archivio

Vai