Gesù ha i suoi nomi / 20 - Fine

GESÙ, «LA VITE VERA»

«VITE» e «vigna» sono due immagini care alla Bibbia per indicare il popolo di Israele, che Dio ha «piantato» e custodito perché producesse molto frutto (Cfr Is 5,1-7; Ger 2,21; Sal 80,9-16).
Anche Gesù fa sua questa immagine, che ritiene pienamente compiuta nella sua persona e nei frutti che nascono dalla sua obbedienza al Padre: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore» (Gv 15,1). L’aggettivo “vero” non va inteso nel senso di “sincero”, “veritiero”, ma nel senso di “definitivo”, “autentico”: in Gesù l’immagine della vite trova l’espressione più autentica, definitiva.
Gesù è la vite che il Padre-Agricoltore ha «potato», attraverso le sofferenze della passione, dalla quale ha avuto origine il frutto più prezioso per l’umanità, la salvezza, e il frutto più gradito al Padre, l’obbedienza filiale di Gesù.
All’immagine della «vite» Gesù associa «il tralcio», immagine del suo discepolo e del cristiano di ogni tempo: «Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15,5).
«Vite» e «tralcio», cioè Gesù e discepolo, sono strettamente uniti dal verbo «rimanere», il verbo che garantisce il frutto: «Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto… Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca» (Gv 15,6).
«Rimanere» significa qui il lavoro interiore del discepolo che, sull’esempio di Gesù, obbedisce alla volontà del Padre e porta al mondo il frutto dell’amore.

Don Primo Gironi, ssp, biblista
«Io sono la vite e voi i tralci » (Gv 15,5). Pittura di Stefano Pachì 2017. Archivio de “La Domenica”.

Per i discepoli di Gesù c’è la necessità di rimanere tralci della vite che egli è, di rimanere in Gesù come lui rimane in loro. Rimanere non è solo restare, dimorare, ma significa essere comunicanti in e con Gesù a tal punto da poter vivere di una stessa vita.).

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